sopra glaciali, candide distese
A me, a chi ho amato e a chi non mi ha mai amato, a tutti coloro che soffrono.
Ed è quell’ala nera
che t’insegue e poi scende
a riempire di notte
ogni tuo passo incerto.
Ascolta, già si sente,
ora credo che il mare
porterà il suo respiro,
spezzerà con le voci
questo silenzio amaro;
le voci mai perdute
come una dolce brezza
sfioreranno il tuo viso.
Ascolta, sta arrivando,
ora credo che il mare
porterà il suo respiro.
© Pietro Sassi
Non era più un sorriso,
solo uno strappo in faccia
e quando me ne accorsi,
quel che del giorno intatto
ancora rimaneva,
scuriva già dissolto
in piccoli bocconi
di pane nero e fiele.
© Pietro Sassi
Dammi il tuo cuore,
lo farò a brandelli,
lo darò a quei cani,
laggiù in fondo alla valle,
che hanno fame di te
e della tua carne.
Prendi il mio cuore,
fanne ciò che vuoi,
è stanco e batte appena
i secondi mancanti
alla sua ora,
e solo questo vuole.
Hanno mangiato il cuore
e il tuo è ancor vivo
nel petto che non teme
nessun colpo.
Era cuore di cane:
non ha pietà la fame.
© Pietro Sassi
Nessuno vi ha parlato,
ma forse lo sapete,
sono arrivate voci
che confuse dicevano,
nessuno vi ha parlato
di quel piccolo uomo
che il suo peso trascina
su strade sempre uguali.
A volte quando è chiara
la notte e sembra dolce
per ognuno che vive,
e il mormorare calmo
della riva lontana
canta parole antiche
di volti ritrovati,
sul ponte dei ricordi
poggia la sua stanchezza
e fantasie estenuate.
Alza la testa e guarda,
fissa i disegni strani
che quella luce bianca
forma sull’acqua scura;
e nell’ultima scena
per lui ci sarà un dio
che con braccia di vento
e preghiere di sale
il suo vestito d’ombra
inerme accoglierà.
© Pietro Sassi
“E’ il momento d’andare”,
non taceva la voce,
come suono attutito
di fragori sospesi.
E l’ultimo disegno
sopra i vetri appannati
a comporre le tracce
del turbine impazzito;
pesava sulle cose
un silenzio irreale,
l’ottusa pace bianca
a celare il segreto.
Mostruosa meraviglia,
disvelato terrore,
avrebbe fatto a pezzi
l’inutile sequenza
il grido liberato.
“Ora è tempo d’andare.”
Sentire oltre l’abbaglio
che finiva l’inganno
e un altro ne nasceva.
© Pietro Sassi
E poi nulla di te,
come di cieli aperti
sanno i miei sguardi bassi,
eppure tu ci sei
oltre il freddo dei ferri,
oltre impronte sfocate
di un immobile scatto;
eppure sopra di me
continuano a girare,
lentamente a ruotare
implacabili spazi
di silente purezza.
© Pietro Sassi

Vivo, di poca vita,
di quella che mi resta
tolto ogni spazio vuoto,
fuori dei miei rifiuti.
Un disperato senso
strappa quel falso velo,
mi trascina diviso
all’istante perduto.
E sono lì con te,
non sfiorano i tuoi occhi
l’invisibile forma
della mia età smarrita.
S’innalza oltre lo sguardo,
di cieli infranti parto,
roccia di scissi inganni
al gesto più non cede.
© Pietro Sassi
Brevi, fluttuanti chiazze
sullo stretto sentiero,
dai rami della notte
si muovono le ombre
di mute epifanie.
C’è un suono che si perde
oltre il fitto intrecciarsi
d’arboree proiezioni,
giù nello spazio aperto
freme d’echi spezzati.
La scelta non è voce
che chiami ad altri scempi,
è l’irriflesso tempo
di un tacito sostare
in incerte esistenze.
© Pietro Sassi
Gacela del amor imprevisto 
Nadie comprendìa el perfume
de la oscura magnolia de tu vientre.
Nadie sabìa que martirizabas
un colibrì de amor entre los dientes.
Mil caballitos persas se dormìan
en la plaza con luna de tu frente,
mientras que yo enlazaba cuatro noches
tu cintura, enemiga de la nieve.
Entre yeso y jazmines, tu mirada
era un pàlido ramo de simientes.
Yo busqué, para darte, por mi pecho
las letras de marfil que dicen siempre,
siempre, siempre: jardìn de mi agonìa,
tu cuerpo fugitivo para siempre,
la sangre de tus venas en mi boca,
tu boca ya sin luz para mi muerte.
***
Gazzella dell'amore imprevisto
Nessuno capiva il profumo
dell'oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d'amore fra i tuoi denti.
Mille cavallini persiani dormivano
sulla piazza con la luna della tua fronte,
mentre per quattro notti io stringevo
la tua vita, nemica della neve.
Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Cercai, per darti, nel mio cuore
le lettere d'avorio che dicono sempre,
sempre, sempre: giardino della mia agonia,
il tuo corpo fuggitivo per sempre,
il sangue delle tue vene nella mia bocca,
la tua bocca senza luce per la mia morte.
Federico Garcìa Lorca (Divàn del Tamarit, 1936)
Saranno chiari gli occhi 
forse un giorno,
saranno del colore
di quel cielo riemerso
in un lampo improvviso
di fulgido mattino,
tra le schiere ormai in fuga
di grigie e fredde spire.
Saranno come allora
ebbre armonie trionfanti
nel vergine respiro
di un’attonita ansia,
la fame irreprimibile
di corpi e di parole:
templi imponenti e tetri
la piena travolgeva.
Saranno chiari gli occhi
forse un giorno,
quando, prisma di luce
scagliato nell’abisso
dal ventre della notte,
il mistero del tempo
si chiuderà nel cerchio
della vita inviolata.
© Pietro Sassi
Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
Perché l'anima è in te, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile...
(Poesia in forma di rosa, 1964)
Senza di te tornavo, come ebbro... 
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d'esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c'è solo l'ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest'angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.
(1945-1946)
Mi alzo con le palpebre infuocate
Mi alzo con le palpebre infuocate.
La fanciullezza smorta nella barba
cresciuta nel sonno, nella carne smagrita,
si fissa con la luce fusa nei miei occhi riarsi.
Finisco così nel buio incendio
di una giovinezza frastornata dall'eternità;
così mi brucio, è inutile
- pensando - essere altrimenti,
imporre limiti al disordine: mi trascina
sempre più frusto, con un viso secco
nella sua infanzia, verso un quieto e folle
ordine, il peso del mio giorno perso
in mute ore di gaiezza, in muti
istanti di terrore...
(1952-1953)
Pier Paolo Pasolini
