sopra glaciali, candide distese
Non era più un sorriso,
solo uno strappo in faccia
e quando me ne accorsi,
quel che del giorno intatto
ancora rimaneva,
scuriva già dissolto
in piccoli bocconi
di pane nero e fiele.
© Pietro Sassi
“E’ il momento d’andare”,
non taceva la voce,
come suono attutito
di fragori sospesi.
E l’ultimo disegno
sopra i vetri appannati
a comporre le tracce
del turbine impazzito;
pesava sulle cose
un silenzio irreale,
l’ottusa pace bianca
a celare il segreto.
Mostruosa meraviglia,
disvelato terrore,
avrebbe fatto a pezzi
l’inutile sequenza
il grido liberato.
“Ora è tempo d’andare.”
Sentire oltre l’abbaglio
che finiva l’inganno
e un altro ne nasceva.
© Pietro Sassi

Vivo, di poca vita,
di quella che mi resta
tolto ogni spazio vuoto,
fuori dei miei rifiuti.
Un disperato senso
strappa quel falso velo,
mi trascina diviso
all’istante perduto.
E sono lì con te,
non sfiorano i tuoi occhi
l’invisibile forma
della mia età smarrita.
S’innalza oltre lo sguardo,
di cieli infranti parto,
roccia di scissi inganni
al gesto più non cede.
© Pietro Sassi