Non era più un sorriso,
solo uno strappo in faccia
e quando me ne accorsi,
quel che del giorno intatto
ancora rimaneva,
scuriva già dissolto
in piccoli bocconi
di pane nero e fiele.
E ancora mi perdo
in questo spazio vuoto
tra due estremi:
la tenace catena
che mi lega
all’oscuro piacere
e le mute sequenze
che mi fingo
in solitaria attesa.
Tra muri
senza varchi,
chiuso spazio
che il tempo
più non tocca,
da quanti anni
ormai
non sento il vivo suono
di una vasta distesa,
moti di luci e d’ombre
nel respiro del giorno
che non muore.
E ancora mi perdo,
mi guardo nel riflesso
che a stento si compone
su increspate memorie,
mi guardo e non so dire
di che vita sia segno
la confusa visione
di quello stanco viso.
Forse acceso m’attende,
nel sussurro leggero
d’un aprile a venire,
l’aperto tuo sorriso,
dono per me soltanto
nel volo profumato
della sera.